(14.12.2025)
Marianna Corona torna in libreria con “Rifugi per un tempo sospeso” un libro che nasce dal desiderio di raccontare una montagna non turistica, una montagna riflessiva e custode delle più profonde emozioni umane, una montagna che ancora, per fortuna, permette di rallentare, di osservare, di allontanarsi dal caos. Ogni racconto nel libro è impreziosito dalle immagini a colori dell’illustratrice Giulia Borsi. Tra parole e disegni, sfogliandolo, sembra di entrare in un bosco. «Marianna è delicata come una farfalla»: così suo padre, il rude Mauro Corona la racconta. Conoscerla è una scoperta. Il dolore l’ha plasmata, la scrittura l’ha guarita e oggi Marianna è una delle voci più autentiche della montagna vera, della natura nella sua dimensione più spontanea e selvatica.
Avrebbe mai pensato di diventare scrittrice, con un padre già scrittore affermato?
«No, mi pareva terreno molto scivoloso, nonostante la scrittura sia sempre stata una parte importante della mia vita, pubblicare mi spaventava molto e con un padre scrittore non mi sembrava proprio il caso. Nemmeno il tumore al colon era nei miei programmi. L’esistenza prende pieghe inaspettate. Però vado fiera di una cosa: sono state le case editrici a cercarmi, io non mi sarei mai proposta. Non sono tipo da primi passi. E ringrazierò per sempre la Giunti perché scrivere “Fiorire tra le rocce” mi ha ridato un entusiasmo forte e decisivo in un periodo molto difficile della mia vita»
Com’è suo padre come “collega” letterario? Imprevedibile come lo vediamo in altre situazioni?
«In realtà siamo due creativi solitari, ognuno scrive segregato nella propria abitazione. Lui scrive a mano. Io se devo scrivere a mano più di due pagine entro in crisi. Ho il terrore di dover poi riportare tutto in digitale, anche se la tecnologia ha fatto passi da gigante non ci si può mai fidare del tutto nell’automatizzare questo passaggio, preferisco scrivere direttamente i lunghi testi al computer. Solo quando abbiamo pronte le prime bozze impaginate ci passiamo i testi da leggere: la sfida è a chi trova eventuali refusi.
Sul palco funzioniamo perché siamo agli antipodi, io di solito parlo in modo pacato, mentre lui è più irruento. Ma in fatto di memoria e citazioni mi batte 100 a 1. Lui un po’ idealizza purtroppo il vino e si beve volentieri un bicchiere di rosso mentre io arrivo agli eventi appoggiando sul tavolo un thermos di tisana alla malva. Trasmettiamo però una cosa genuina: la passione e l’amore per la montagna, e questo credo trapeli sia nei libri sia in quello che raccontiamo davanti al pubblico»
È stato lui ad instillarle l’amore per i libri?
Nella mia famiglia c’è stata una vena salvifica che ci ha sostenuto e che mi ha abbracciata fin da piccola, la sfera dell’arte, della creatività. Ero circondata da libri, da fumetti, potevo disegnare perfino sui muri, nella piccola biblioteca del paese, molto fornita, le mie zie, entrambe maestre elementari, mi portavano a scoprire le storie di incredibili personaggi illustrati; mia madre accendeva un vecchio mangiadischi ogni mattina accompagnandomi tra le parole dei più bravi cantautori italiani; da mio padre ascoltavo i racconti di vie di roccia, di imprese alpinistiche, di figure leggendarie che erano i pilastri della storia dell’arrampicata. Tutto questo mi ha permesso di dare fiducia all’arte, alla musica, ai libri, alla parola scritta, alla curiosità e all’immaginazione.
Ha voglia di parlare della sua malattia?
«Ho dovuto affrontare un tumore al colon nel 2017. Se da una parte questa esperienza mi ha lasciato uno spavento profondo e la cicatrice della paura, dall’altro ha favorito in me un cambiamento radicale. Ogni tanto mentre mi addormento mi domando come abbia fatto a superare quei momenti e se li abbia realmente superati. Non ho una risposta. Ma nel 2021 quando la Giunti mi propose di scrivere il mio primo libro (“Fiorire tra le rocce”) dissi subito di sì. Con la scrittura riesco a elaborare, a esprimermi. Un po’ come il soffione sono ripartita una seconda volta. Sono stata fortunata. Per molti non è così purtroppo.
Qual è la bellezza di vivere “riparati” dal mondo?
Riparare significa anche aggiustare oltre che proteggere. Il vero vantaggio dei piccoli paesi di montagna è che hanno una bassa densità di popolazione. Ci sono più alberi che abitanti. Dove ci sono troppe persone si vive male. Il luogo in cui mettiamo radici ci condiziona molto più di quanto crediamo. Più tempo passiamo in mezzo al caos e più il nostro animo sarà caotico. Amo stare dove c’è ossigeno. Perciò non potrei mai vivere senza boschi a portata di mano.
C’è molto da fare per migliorare piano piano i servizi per i residenti, sarà la sfida dei prossimi anni. I paesi di montagna che non saranno svenduti al turismo di massa avranno la meglio.
Come vive il post Vajont la sua generazione?
Il Vajont ha inevitabilmente creato un trauma generazionale molto complesso. Andare avanti e allo stesso tempo restare è una sfida non indifferente. La cosa che più salta agli occhi, e che mi piace, è che quassù abbiamo mantenuto uno spirito selvatico che nessuno è riuscito a domare e che non si spegne. Questa è la nostra forza, che mi auguro possa essere conservata a lungo. Un territorio che ha sofferto ha bisogno di cura e di memoria.
Qual è il senso di questi pensieri per un tempo sospeso? Quali i piccoli indizi di felicità?
La felicità è un’utopia. Più la cerchi o la incaselli in illusioni e più si allontana. La mia speciale formula di felicità contempla un’unica parola: tranquillità. Spesso erroneamente considerata un surrogato della felicità, in realtà è il suo baccello, la protegge e ne conserva il nucleo. Un bene sempre più raro che va coltivato con consapevolezza. Perderlo significa un po’ arrendersi, lasciare spazio alle tensioni. È tempo di rifugi che riparino e aggiustino.
Perché a suo giudizio i lettori comprano i vostri libri?
Dopo la pandemia le persone hanno capito l’importanza e la fortuna di poter stare all’aria aperta, di essere liberi, di sentire il vento sulle cime. Hanno capito che l’essenziale è invisibile quanto il respiro. Leggere storie e racconti di montagna ravviva quel legame ancestrale che abbiamo con la Terra, ci rimette la testa in equilibrio, ci riporta al presente con i piedi ben saldi e la capacità di sognare oltre i confini.