Le mie letture durante l’anno spaziano e si muovono tra diversi generi. Tendo a iniziare più di un libro alla volta. Questo perché non sempre leggo romanzi o racconti. A volte leggo libri di studio, di settore (comunicazione) e di discipline olistiche o di cura di sé. Ma in questo articolo vorrei parlarvi dei romanzi che ho letto recentemente e sono tre libri che mi hanno tenuta incollata alle pagine giorno dopo giorno. Di solito leggo qualche pagina la mattina appena sveglia e poi quando vado a letto. Una routine che ho sedimentato durante la pandemia. A volte però capita anche di non leggere per qualche giorno. Non leggo mai per forza. Leggo perché sono curiosa.
Nei mesi scorsi mi è capitato di leggere due libri uno dietro l’altro. Sono due libri psicologici dallo stile completamente diverso. Ma proprio perché li ho letti uno dietro l’altro mi sono accorta di alcuni punti in comune. Ovvero l’utilizzo della formula diario e il cambio di prospettiva e di punto di vista che salta da un personaggio all’altro.
Sto parlando del libro “La paziente silenziosa” e del libro “La vegetariana”. Entrambi sono libri psicologici in quanto entrano nelle menti dei personaggi in profondità e raccontano disturbi mentali più o meno gravi.
Come spesso accade quando termino di leggere un libro, vado a consultare la biografia dell’autore. Mi piace conoscere la vita che l’ha segnato e plasmato e scoprire i contesti in cui ha vissuto.
Alex Michaelides è uno scrittore britannico-cipriota del 1977 conosciuto soprattutto per il suo romanzo di debutto, per l’appunto “La paziente silenziosa”. Ha studiato letteratura inglese a Cambridge e cinema a Los Angeles. Ha lavorato anche come sceneggiatore prima di dedicarsi alla narrativa. Il libro infatti è molto “cinematografico”, si sente la penna dello sceneggiatore.
La storia è molto ben costruita, scorre e ha un finale sconvolgente che ribalta completamente la visuale. Si tratta di un best seller internazionale, è raccontato in prima persona (dal protagonista maschile) intervallato da frammenti di diario (sempre in prima persona) della protagonista femminile.
Han Kang nasce invece nel 1970 a Gwangju, Corea del Sud. Si trasferisce da bambina a Seoul. Suo padre e suo fratello sono entrambi scrittori. Studia letteratura coreana all’Università e frequenta un corso di scrittura creativa negli Stati Uniti. Inizia scrivendo poesie. Ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 2024.
Il suo libro “La vegetariana” è suddiviso in tre parti. Si apre come un fiore, mangiandosi la speranza. Incasella il fallimento: prima della coppia, poi della famiglia e infine delle istituzioni e della società. Racconta la patologia mentale e la dissociazione, ma non solo della protagonista. Proprio come accade anche nel libro di Michaelides.
Anche nel libro di Han Kang, nella prima parte, compaiono degli intermezzi in prima persona che ricordano un diario. La protagonista femminile viene però raccontata, sempre in prima persona, dal marito, poi dal cognato (ma in terza persona) e infine dalla sorella (sempre in terza persona). Si ha sempre la sensazione di fluttuare nei pensieri altrui dei personaggi. Il finale rimane aperto e sospeso come queste menti esposte. Nonostante il tema ostico e difficile, trattato in modo diretto, l’ho trovata una lettura senza tempi morti, con frasi estremamente curate che riescono a suggerire riflessioni proprie.
Già l’incipit è molto forte e disturbante: “Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante”.
Dopo due libri così tosti avevo però bisogno di decongestionare la mente e immergermi in una lettura confortante. Ho scelto un libro di una scrittrice giapponese che mi aveva incuriosito: “La casa del Kintsugi” di Sanae Hoshio.
La storia racconta il legame di tre generazioni, una nonna, una madre e una nipote/figlia. Ogni paragrafo viene proposto da un punto di vista diverso, quello della madre, quello della nonna e quello della nipote/figlia. Oltre a trasmettere la conoscenza del mondo del Kintsugi, delle lacche e di come viene vissuta questa antica arte in Giappone, si scopre altresì, come spesso accade in questi testi “scaldacuore” giapponesi, un mondo fatto di piccole cose, di attenzione all’invisibile, di oggetti custoditi con cura a cui viene dato un significato profondo. L’autrice ci porta anche a scoprire aree del Giappone che esistono veramente e che ci conducono per mano a sognare e ammirare questo paese misterioso da lontano. Tutto il libro è avvolto anche da una dolcissima malinconia.