In questa pausa di fine anno ho letto il libro di Natalia Garcìa Freire che si intitola “Questo mondo non ci appartiene”.
La giovane autrice è nata in Ecuador e ci porta in un mondo onirico in cui vi è spazio d’interpretazione di una realtà violenta e arcaica. Siamo nel mondo rurale sudamericano in un tempo poco definito che prende forma nei dettagli e nel non detto.
In questo libro, lirico e toccante, c’è molta tecnica: del non detto, del mostrare invece di dire, del perturbante. Un romanzo in cui ogni capitolo è strutturato come un breve racconto a sé. Magistrale l’utilizzo dei tempi verbali che danno l’indicazione della cronologia della storia. I titoli, a una prima lettura, danno l’impressione di essere semplici invece nascondono in sé un’evoluta epifania che si scopre, o si intuisce, solo all’interno del capitolo. Sembrano delle vere e proprie “poesie” di contesto.
Pagina dopo pagina, il non detto pesa di più delle parole e nasconde significati potenti, lasciati alla decodifica del lettore.
Lucas, il protagonista narrante in prima persona, è stato un bambino non visto, cresciuto nella violenza domestica rurale di un mondo antico. Non c’è salvezza per lui se non nella dissociazione che lo trasformerà in un adulto problematico. Tornerà nella casa d’infanzia da dove la sua mente non è mai realmente andata via. Dialogherà con il padre morto per giustificare, disorientare, raccontare, confondere il male con il bene.
Con una scrittura particolarmente curata, che ipnotizza, e un ritmo incalzante e sostenuto, questa storia, poetica e struggente, ci porta nei più profondi e angoscianti abissi mentali e, tra le righe, nella potenza severa della Natura.



